Vilfredo Pareto ha fatto scuola di teoria economica col concetto di liberismo basato sull'efficienza.
Pareto, sulla scia di Keynes, afferma che il mercato "può bastare" a regolare le società democratiche e ad accrescerne il benessere; attribuiendo all'efficienza il concetto di "ottimo" in grado di veicolare lo sviluppo.
A Pareto e alle sue certezze assolute rispondono Arrow e Scarf; entrambi motivando il disequilibrio dei mercati lasciati a se.
Ma è con Amartya Sen che si fa un deciso passo in avanti nel chiarire come gli indicatori di efficienza siano inadeguati a capire le potenzialità di sviluppo di una società.
Sen, a differenza dei colleghi pensa che non basti il possesso dei mezzi di produzione, dei capitali, ma occorra anche spirito di iniziativa, motivazioni sociali e che, in sintesi, l'intelligenza umana e la sua creatività sia di per se un motore importante dello sviluppo.
Dai ragionamenti di Sen, il quale aggiunge nuovi parametri valutativi alla potenziale produzione di ricchezza, può discendere l'idea di "decrescita".
Per la verità io non amo molto la parola: detta così sembra una regressione verso la mediocrità, di cui parlavamo in altro topic con Alex.
Preferisco chiamarla "crescita altra" dove i parametri dello sviluppo tengono conto di elementi del tutto diversi da quelli della dottrina Keynesiana e di Pareto.
Viene spontanea una affermazione preliminare: la crescita non può essere infinita.
Essa si è basata, finora, nell'uso scriteriato di risorse non rinnovabili ( come il petrolio), nella cementificazione selvaggia (bello lo slogan di Alex: " United colours of Cementon") nella marginalità delle varianze nei cicli di lavorazione; dove, per "varianze" possiamo intendere i materiali di risulta, le emissioni in atmosfera, nelle acque fluviali e via dicendo.
Dunque la "crescita altra" non può che prendere le mosse dalla biocomatibilità, dagli studi sulle "impronte" biologiche lasciate dalle scelte umane( parafrasando il detto sul battito d'ali di una farfalla a Tokio che crea reazioni a New York)
Il secondo aspetto riguarda il fatto che la crescita capitalistica ha prodotto enormi disuguaglianze.
Come nella fisica, vale la logica del liquido nei "vasi comunicanti" se in uno di essi sale, negli altri scende.
Dunque alla crescita di qualcuno è corrisposta la decrescita di altri.
Il Capitalismo è per sua natura esclusivista: laddove crea ricchezza crea anche , altrove, povertà di uguale intensità e segno contrario.
Di questo ci ha parlato Karl Marx nella sua teoria sul "plusvalore" scippato alla classe operaia dal capitalista.
Rispetto ai tempi di Marx ciò che è cambiato è la generalizzazione del fenomeno, il ruolo degli Stati ( quello che Lenin ha chiamato "imperialismo") e, piu' ancora, il ruolo della finanza; i cui aspetti degeneri hanno portato alla pesante crisi attuale.
Da ultimo, la crescita capitalista è basata sui consumi; cioè sulla produzioni di merce non finalizzata al soddisfacimento di bisogni, ma alla creazione di bisogni ( a questo serve il marketing) in funzione della vendita delle merci.
Ciò rimanda al paradosso del contadino cinese a cui viene chiesto: " perchè pianti il riso?" e lui rispnde: " per vivere". " e perchè vivi?" chiede l'uomo che interroga, a cui il contadino risponde: " per piantare il riso".
Il consumismo ha denaturalizzato l'uomo, l' ha reso schiavo delle merci e sempre alla caccia di denaro per poterle acquistare.
Il Capitalismo ha venduto sogni; anzi, illusioni: l'illusione che piu' hai piu' vali; piu' possiedi e piu' sei desiderato, amato, invidiato, apprezzato.
Forse non ci accorgiamo ma siamo talmente coinvolti in questa spirale perversa da ritenerla desiderabile; quand'anche comporti stress, insoddisfazione, frustrazione e generi egoismi e paure.
Margareth Meed, grande antropologa, ha studiato a lungo le società primitive e, prima di molti altri, è arrivata alla conclusione che, forse, nella loro intima vocazione, sono assai meno primitive di quelle tecnologicamente avanzate.
Il Capitalismo, tra i suoi frutti avvelenati annovera anche molti ossimori; tra i quali l'incomunicabilità da eccesso di comunicazione, la mancanza di informazione dovuta alla sua natura criptica e subliminale.
I detrattori della decrescita sostengono che, adottandola, l'umanità farebbe un grande ruzzolone all'indietro: tornerebbe a quella frugalità che ha caratterizzato le società primitive, appunto.
In realtà non si tratta di scegliere tra uno sviluppo mortale o un sano sottosviluppo.
Si tratta di chiedersi, come se lo è chiesto Amartya Sen, se lo sviluppo debba essere sostanzialmente anarchico, generato dalla spontaneità del mercato e dalla sua regola prima( e ultima): quella di non averer regole!
Oggi persino Tremonti parla di "economia sociale di mercato" così come, saggiamente ne parla l'art. 41 della nostra Costituizione, che il Mule vorrebbe cancellare.
Dunque, sia pure in modo indistinto e assai nebuloso si affaccia l'idea che lo sviluppo non sia la mera sommatoria di comportamenti aspecifici adottati da dei singoli imprenditori.
Il PIL stesso, è stato agitato per anni come feticcio.
Ma il PIL è semplicemente l'indicatore di quanto è stato prodotto e fatturato in un dato paese e in una definita unità di tempo.
Il PIL è anche le armi prodotte ed acquistate dalla malavita; è il denaro impiegato a rifare ciò che è stato fatto male la prima volta; è la benzina consumata fermi in coda sulle tangenziali; sono i costi per la cura dei 50.000 malati di cancro per fumo da tabacco; sono i botti di fine anno e via dicendo.
Non esiste selettività in questo PIL e, di per se, non può essere un indicatore di benessere e di efficienza del sistema.
Non lo è al punto che, giustamente, deve essere affiancato da altri indicatori statistici, come l'Indice Gini che informa sulla distribuzione di ricchezza entro le società.
La globalizzazione può essere una grande occasione ( e non necessariamente una jattura) per una nuova e vera divisione internazionale del lavoro, basata sulla diversità e sul corretto uso delle risorse e dell'intelligenza umana.
La Caduta del muro di Berlino ci ha dato un falso messaggio: la democrazia occidentale vince e il comunismo perde; Smith aveva ragione e Marx aveva torto.
Eppure le economie occidentali sono prossime alla bancarotta mentre la Cina, che ha riletto e reinterpretato Marx, ogni anno vede la sua economia crescere del 10-12 % rispetto all'anno precedente.
Ciò indica una cosa sola: che il "modello occidentale" basato sull'esportazione della democrazia e sulla convinzione che la libertà assoluta del mercato comporti benessere diffuso è del tutto errata.
E' bastato scoprire che la Grecia abbia mentito sui suoi conti pubblici per scatenare l'inferno e mettere a rischio tutte le economie occidentali.
Dunque, l'occidente, piu' che a una fortezza inespugnabile, ein feste burg, assomiglia ad una "tigre di carta" come l'ha definita Mao.
Ora, e qui torno al piacevole scambio di opinioni con Enrico, chi deve farsi portatore di novità e suggerire un cambio radicale di prospettive per il paese?
Serve una voce chiara e forte, da moderno "Principe". Io questa voce desidererei fosse quella del PD ma, putroppo, temo che non lo sarà.
Forse dovranno passare molti mesi o anni. Spero proprio che non sia troppo tardi.
Intanto spero che la dorifera non attacchi le foglie delle patate: così, anche quest'anno mi garantirò un buon raccolto.